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ISRAELE E IL SEGRETO NUCLEARE….
giu 16th, 2010 by phantomas

PUBBLICHIAMO UN INTERESSANTE ARTICOLO DI BARBARA SPINELLI SU UNA SPINOSA QUESTIONE POCO DIBATTUTA….

Difficile capire i pericoli che corre Israele, ­ pericoli non nuovi, ma immensamente dilatati dall’assalto, in acque internazionali, alla flottiglia che il 31 maggio ha tentato di forzare il blocco di Gaza ­ se non si adotta uno sguardo lungo, che amplifichi le nozioni dello spazio e del tempo. Lo spazio più ampio è quello popolato da forze, in Medio Oriente, che sono in mutazione e tendono a divenire potenze decisive: l’Iran è una di queste, ma anche la Turchia. Il tempo più ampio sono i 43 anni in cui Israele è divenuto uno Stato che occupa in maniera permanente spazi non suoi, abitati da un popolo che aspira a emanciparsi dal colonizzatore e a farsi Stato. In questi 43 anni Israele ha goduto di uno speciale privilegio, e ad esso si è abituato: era l’unico Paese nucleare della zona, anche se lo negava, e l’atomica costruita nel ‘55-58 con l’aiuto francese ha funzionato da deterrente. Nessuno Stato arabo poteva oltrepassare certi limiti e mettere in forse la sua esistenza, grazie alla tutela dell’arma ultima che è la bomba. Questa condizione di privilegio non poteva durare in eterno è infatti ora sta vacillando. Il desiderio iraniano di rompere il monopolio israeliano sul nucleare è antico, e precede l’avvento del regime teocratico a Teheran. L’America stessa ha tollerato il monopolio, sia pure faticosamente, e lo tollera di meno oggi che il suo potere globale si sfalda. Nei rapporti tesi fra Obama e Netanyahu c’è la questione atomica, non detta ma sempre più pensata.

Difficile alla lunga vietare ad altri attori l’arma, se la si concede a Israele. Difficile chieder loro di parlare vero, senza chiederlo a Israele. Obama aveva questo in mente, quando invitò il premier israeliano a partecipare alla conferenza sulla sicurezza nucleare del 12-13 aprile a Washington. Invito che Netanyahu declinò, credendo di immortalare in tal modo il proprio statuto di potenza nucleare opaca, che nega il possesso della bomba e, al massimo, parla di «opzione nucleare». La conferenza ha auspicato una zona denuclearizzata in Medio Oriente, pensando all’Iran ma anche a Israele. I motivi della non partecipazione si possono capire – Israele non ha firmato il Trattato di non proliferazione – ma rimanere assenti significa vietare a se stessi lo sguardo lungo, nello spazio e nel tempo, che urge in questo momento.

In Israele si parla poco della bomba e della centrale di Dimona. Mordechai Vanunu, il tecnico che lavorava a Dimona e ne rivelò l’esistenza, parlò di 200 testate in un’intervista al Sunday Times del 1986, e venne incarcerato per 18 anni, accusato di alto tradimento. Israele resta una democrazia, ma sull’atomica mantiene un segreto di natura autoritaria. I suoi esperti danno alla segretezza il nome di opacità. Lo storico Avner Cohen, autore di un libro importante sulla questione (Israel and the Bomb, Columbia University Press 1998, rifiutato in Israele) sostiene che l’opacità è una «cultura chiusa in se stessa che non permette di pensare l’epoca della post-opacità». I responsabili dell’atomica si sono «abituati a lavorare nell’anonimato, immunizzati da critiche esterne». Il segreto nucleare è un paravento forse necessario in passato, ma che ora copre debolezze e gesti di follia politica.

La guerra dei Sei giorni, nel ’67, fu combattuta al riparo della bomba, ultimata tra la fine degli Anni 50 e i primi 60. Ma possedere la bomba senza ammetterlo ha finito col congelare il pensiero, dando a Israele l’impressione di un tempo immobile, di un monopolio non scalfibile. Congelamento accentuato dall’assenza di test nucleari. Per le altre potenze atomiche il test è stato un atto di trasparenza, oltre che di orgoglio o tracotanza. In Israele la dissimulazione ha consentito che la bomba restasse un deterrente puro, che mette paura senza uscire dall’irrealtà del simbolo.

La volontà dell’Iran di divenire una nazione nucleare (e in futuro una simile volontà turca) mette fine al simbolo dissimulato. La bomba comincia a farsi reale, forse usabile in caso di aggressione. È il risultato d’un monopolio contestato ma anche della politica dell’opacità, che molti leader arabi considerano un oltraggio. È anche il risultato della nuova fragilità delle forze convenzionali israeliane. La bomba è un deterrente efficace quando il suo uso è minacciato, ma non necessario. Quando è necessario, la deterrenza rovina. Le ultime guerre israeliane e l’assalto alla flottiglia hanno confermato tale fragilità. Inoltre Israele ha alle spalle una potenza Usa in declino, invischiata in guerre fallimentari, meno disponibile.

Tanto più grave è la delegittimazione di cui soffre lo Stato israeliano, soprattutto da quando Hamas ha vinto le elezioni del giugno 2007 ed è iniziato il blocco di Gaza. Una delegittimazione che tende a espandersi, non solo localmente ma mondialmente. Il nuovo potere regionale esercitato da Iran e Turchia è guardato con sospetto da Washington, ma in fondo tollerato. L’Iran è trattato come un reietto ma la Turchia resta membro della Nato, con cui esistono solidarietà preziose per Washington. Basti pensare allo strano gioco di scacchi in corso sull’atomica iraniana. Il 9 giugno, il Consiglio di sicurezza ha adottato sanzioni contro Teheran, con il consenso di Russia e Cina. Ma il 17 maggio, un accordo regionale di vasta portata era stato raggiunto tra Iran, Turchia e Brasile, in base al quale Teheran accettava di trasportare in Turchia 1200 chilogrammi di uranio a basso arricchimento, in cambio di 120 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento da usare per il proprio reattore di ricerca medica. Quel che America, Europa, Russia non erano riuscite a fare per anni, due potenze medie l’hanno ottenuto rapidamente. Ma c’è di più: il 27 maggio, il ministero degli Esteri brasiliano ha reso pubblica una lettera inviata da Obama a Lula (e probabilmente al turco Erdogan) in cui l’accordo di Teheran veniva appoggiato, sia pure scetticamente. Le sanzioni lo hanno messo in sordina, ma forse non affossato.

In questo mondo in mutazione si muove Israele, sempre più ingabbiato dalle inferriate che si è fabbricato. Sempre più prigioniero della propria tendenza a considerare equivalenti due minacce che non lo sono: la minaccia alla sua legittimità, e alla sua esistenza. La prima va combattuta politicamente, e preliminarmente alla lotta per la sopravvivenza. Equiparare all’Olocausto l’atomica iraniana, e la rottura del monopolio sul nucleare, significa impedire a se stessi correzioni di rotta e sforzi di rilegittimazione. Se ogni correzione è rifiutata, niente ha senso: né la lotta alla banalizzazione della bomba, né l’uscita dall’opacità, né un negoziato con potenze nucleari in fieri, né, soprattutto, la soluzione del dramma palestinese. È quest’ultimo che consente a tanti Paesi di delegittimare continuamente Israele.

Se adotta uno sguardo lungo, Israele dovrà per forza scoprire che di tempo ne ha pochissimo, per cambiare radicalmente. Non può continuare a colonizzare terre quando anche il Papa denuncia l’occupazione, non può costruire sempre nuovi insediamenti, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, senza attrarre su di sé il risentimento non solo di Stati contigui ma della stessa America e dell’Europa. Quarantatré anni di colonizzazione hanno reso affannoso quello che ora le tocca fare: facilitare la nascita di un vero Stato accanto a sé, che renda il popolo palestinese non solo fiero ma infine responsabile, dunque anche imputabile.

Gli uomini di Netanyahu ancora si muovono nel mondo di ieri, quello dell’opacità e della sicurezza di sé. Nell’aprile scorso, il presidente del Parlamento Reuven Rivlin ha dichiarato preferibile uno Stato bi-nazionale, piuttosto che dividere Israele e Cisgiordania in due Stati separati. Altri la pensano allo stesso modo. Sono posizioni suicide. Perché se Israele incorpora gli arabi delle zone colonizzate, cesserà di essere uno Stato ebraico. Se non li incorpora, e continuerà a rendere impossibile lo Stato palestinese, cesserà di essere una democrazia. È questo il dilemma cui è condannato, terribile ma ineludibile.

( Barbara Spinelli, La Stampa, 13 giugno)

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2 GIUGNO 2010.-
giu 2nd, 2010 by phantomas

FESTA DELLA REPUBBLICA…

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ONORE ALL’INTER…
mag 23rd, 2010 by phantomas

ONORE ALL’INTER!

COMPLIMENTI AL PRESIDENTE MORATTI, A TUTTI I GIOCATORI E SOPRATTUTTO AI SUOI  …PAZIENTI TIFOSI…

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NO AL BAVAGLIO!
mag 22nd, 2010 by phantomas

La libertà è partecipazione informata”
Al Senato la maggioranza cerca di imporre la Legge sulle intercettazioni telefoniche che scardinerebbe aspetti essenziali del sistema costituzionale.
Sono a rischio la libertà di manifestazione del pensiero ed il diritto dei cittadini ad essere informati.
Non tutti i reati possono essere indagati attraverso le intercettazioni e viene sostanzialmente impedita la pubblicazione delle intercettazioni svolte
Una pesante censura cadrebbe sull’informazione. Anche su quella amatoriale e dei blog (Art.28).
Se quella legge fosse stata in vigore, non avremmo avuto alcuna notizia dei buoni affari immobiliari del Ministro Scajola e di quelli bancari di Consorte.
Se la legge verrà approvata, la magistratura non potrà più intervenire efficacemente su illegalità e scandali come quelli svelati nella sanità e nella finanza, non potrà seguire reati gravissimi.
Si dice di voler tutelare la Privacy: un obiettivo legittimo, che tuttavia può essere raggiunto senza violare principi e diritti.
Si vuole, in realtà, imporre un pericoloso regime di opacità e segreto.
Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza.

Stefano Rodotà
Fiorello Cortiana
Juan Carlos De Martin
Arturo Di Corinto
Carlo Formenti
Guido Scorza
Alessandro Gilioli
Enzo Di Frenna

—————————Se vuoifirmare vai al sito http://nobavaglio.adds.it/

Vaticano e omofobia, quali le ragioni?
mag 4th, 2010 by phantomas

Le vere radici dell’omofobia vaticana

di Pierfranco Pellizzetti

Sacrosanta indignazione e ricerca della verità impongono di non mollare mai la presa su un tema rovente quale la pedofilia dei preti e l’apparente contraddizione di una Chiesa che continua a occultare le verità al riguardo. Peggio, pratica atteggiamenti di sostanziale solidarietà con i propri orchi, come quel monsignor Giorgio Brancaleoni, vescovo vicario di Albenga, che ancora in questi giorni organizza fiaccolate di sostegno a don Luciano Massaferro, in carcere con l’accusa di aver violato una bimba.
Sicché ci sarebbero ragioni più che sufficienti per insistere senza il benché minimo tentennamento nello squarciare i veli delle reticenze, dell’omertà.
Eppure – sullo sfondo – aleggia un’apparente contraddizione ancora più inquietante: la singolare omofobia di un mondo vaticano in non trascurabile misura omosessuale (la maggior parte degli episodi di pedofilia sono avvenuti nei confronti di soggetti dell’identico sesso dei molestatori). Quell’omosessualità che Ratzinger ebbe a definire “comportamento disordinato” e il presidente CEI cardinale Angelo Bagnasco stigmatizza con la sua vocina stridula alla stregua di “una minaccia per l’italica virilità”.
Sorge dunque la domanda: quale l’inconfessabile ragione per cui “gli uomini con le gonne” (come li chiamava Gaetano Salvemini) perseguono con tale avversione orientamenti molto diffusi proprio tra di loro?
La risposta potrebbe essere trovata – come scriveva recentemente Marco Politi sul Fatto Quotidiano – proprio nell’indifendibile arcaicità del modello di reggimento che sino dalle origini la Chiesa si è dato: l’assolutismo monarchico; ossia analizzando le ragioni ultime del potere di un’istituzione bimillenaria fondata sulla gestione consolatoria del dolore e della paura: l’interesse primario al mantenimento di un ordine gerarchico che da millenni sovrintende la vita degli uomini e delle donne, controllando i corpi attraverso il dominio delle menti. E questo ordine si chiama patriarcato.
Dunque, la norma eterosessuale come difesa di un contesto in cui coltivare i principi gerarchici (patriarcali) che puntellano anche Sacra Romana Chiesa: tradizione e autorità, l’autorità indiscussa e indiscutibile della tradizione.
Insomma, c’è un naturale incontro di interessi tra diafani cardinali e bulimici porporati dalle dita ingioiellate con “gli eroi” della restaurazione machista di inizio millennio: dal guerrafondaio Bush jr. all’attempato vitellone sessuomane Berlusconi. L’alleanza tra tutti quanti si sentono minacciati dall’impatto dei soggetti collettivi che mettono a repentaglio il cardine del potere vigente, con il suo carico di dominio oppressivo: “la famiglia patriarcale eterosessuale, come paradigma esclusivo della relazione interpersonale e – insieme – come modalità di riproduzione sociobiologica della specie” (Manuel Castells). La rivoluzione, avviata dal movimento femminista e proseguita da quelli gay e lesbico; più in generale – come scrive Alain Touraine – i “gruppi definiti da un dato tipo di sessualità piuttosto che dal sesso del partner”.
Idea – se accettata – in grado di minare dalle fondamenta l’intero assetto del comando, clericale o laico che dir si voglia.
Questione di sopravvivenza. Ma anche motivazione reale di quella che Gian Enrico Rusconi, sulla rivista Il Mulino del dicembre scorso, definiva una “silenziosa rivoluzione teologica per cui dall’idea millenaria della natura umana decaduta per il peccato originario si è arrivati oggi a un discorso tutto positivo sulla natura umana, insidiata nella sua integrità originaria dalle biotecnologie o dalle famiglie irregolari”.
Forse, più che di rivoluzione si dovrebbe parlare di controrivoluzione, di arrocco nelle cittadelle assediate. Mentre la fede in una rivelazione non ha nulla a che vedere ed è la religione a secolarizzarsi in quanto legittimazione di una istituzione dominante. I cui nemici non sono le sofferenze e i mali che affliggono gli umani quanto umanissimi propugnatori di pietà come Beppino Englaro o documentate denunce di malefatte quali quelle dei giornalisti del New York Times.
Per questo fanno bene quanti, sulle orme di Albert Camus, si impegnano in una polemica contro chi tenta di barare. Ma l’etica del disincanto, che impone di “cercare ciò che è vero”, non può prescindere dal binomio rovente Potere-Verità. Perché tutte le vicende che stiamo denunciando trovano il loro senso più recondito nelle tattiche di un Potere che si giustifica ammantandosi di Verità (dunque, mistificandola). Costruendo Verità a proprio uso e consumo. Per cui il Vaticano pratica comportamenti esecrabili anche se poi fa di tutto per occultarli. Per cui si proclama la santità del vincolo familiare indissolubile e poi si fa mercato con pluridivorziati. Per cui si perseguita l’omosessualità coltivata nelle penombre dei palazzi e delle strutture ecclesiastiche.
La più flagrante conferma della formula che dobbiamo a Michel Foucault: “la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità”.-

( da Micromega)

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Nodi al pettine?…………
apr 22nd, 2010 by phantomas

Il fallimento di un’illusione

di MASSIMO GIANNINI  (Repubblica del 22/04/2010)

Il fallimento di un’illusione. È l’unica cosa che si può dire, di fronte al duello rusticano che si consuma tra Berlusconi e Fini nella direzione del Pdl trasformata in arena. Chi pensava ad un compromesso doroteo, tra il fondatore e il co-fondatore, non ha capito la portata di questa clamorosa rottura, che a questo punto non è più solo politica, ma è anche fisica. In una sorta di seduta di autoanalisi individuale, ma celebrata collettivamente di fronte alle telecamere televisive e alle agguerrite fazioni del Popolo delle Libertà, il presidente del Consiglio e il presidente della Camera si rivolgono minacce e anatemi, si rinfacciano tradimenti e bugie, si rimpallano accuse e veleni. In un inquietante crescendo di rancori personali e di livori politici, si “sbranano” come belve nel circo mediatico, dandosi in pasto alla platea degli uditori e degli elettori. In sostanza: officiano le esequie del Pdl, almeno nella formula conosciuta dai tempi della “rivoluzione del Predellino”.

Sul piano politico, nessuno dei due fa retromarce. Non le fa Berlusconi, che liquida le istanze di Fini come “questioni di poca importanza”, che “non valeva la pena” sollevare, di fronte a un partito che governa magnificamente il Paese e continua a vincere tutte le elezioni. Non le fa Fini, che rilancia le sue contestazioni al premier su tutta la linea, dall’immigrazione alla prescrizione breve, dall’organizzazione del partito alle scelte sulla Sicilia, dalla sudditanza psicologica nei confronti della Lega al caos delle liste per le regionali. La rappresentazione plastica di questo scontro dimostra l’irriducibile inconciliabilità non solo delle posizioni congiunturali, ma delle ispirazioni strutturali dei due contendenti. Berlusconi parla una lingua, Fini ne parla un’altra. Non sono più neanche due diverse idee della destra, ma sono piuttosto due differenti universi politico-culturali. Da quello che si vede nel feroce lavacro della direzione, non possono coesistere, ma solo confliggere.

Ma la novità è che la frattura avviene anche sul piano personale. Quando ci si parla evocando le categoria del tradimento, della menzogna, della mala fede, del sabotaggio, si supera un confine dal quale è impossibile tornare indietro. E questo succede, tra Berlusconi e Fini. Il primo lo apostrofa, intimandogli di lasciare il suo incarico di presidente della Camera, se vuole continuare nel suo inutile e dannoso “contrappunto quotidiano”. Il secondo gli replica a brutto muso, con un provocatorio “mi cacci?”. Non siamo più alla dialettica tra i leader, ma agli insulti tra le persone. La resa dei conti trascende la validità dei ragionamenti e prescinde dalla contabilità dei numeri.

Non è più importante capire quanto dica il vero Berlusconi, o quante divisioni abbia Fini. Bisogna solo prendere atto che il progetto del Popolo delle Libertà, appunto, è ormai fallito. E non poteva essere che così. Il fallimento era contenuto nel suo atto di nascita, che aveva fotografato subito la distanza ontologica, e incolmabile, tra le due anime del “nuovo” centrodestra. L’illusione che una grande partito moderato e di massa si possa reggere solo sul “centralismo carismatico”, costruita un anno e mezzo fa dal Cavaliere a Piazza San Babila, crolla per sempre nell’Auditorium di Santa Cecilia. Quanto potranno duellare ancora, i due fondatori, in mezzo a queste macerie?

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Un libro di grande attualità….
apr 1st, 2010 by phantomas

ITALY, VATICAN STATE”   di Michele Martelli, editore Fazi, euro 18.-

Nell’attuale disputa sulla questione morale che vede i detentori di verità assolute asserviti alla Ragion di Stato (vaticana), il libro denuncia la millenaria ambiguità della Chiesa di Roma, fautrice di una morale a corrente alternata, tenacemente impegnata a maneggiare le chiavi del potere mentre promette quelle del Paradiso. In costante crescita è l’ingerenza del Vaticano nella sfera pubblica e il proposito di imporre il suo imprimatur alle istituzioni di ogni ordine e grado, al punto che persino il rifiuto dell’UE di menzionare nella Costituzione europea le “radici cristiane”, ripetutamente rivendicate dai due pontefici Wojtyla e Ratzinger, sarebbe il segno della perdita da parte del continente della propria identità. Nell’indagare queste pressioni l’autore spiega come nei secoli l’affermazione in Occidente della moderna concezione laica e democratica dello Stato abbia coinciso con la manifesta e incessante opposizione delle gerarchie cattoliche. Dalla sovranità popolare alla separazione dei poteri, dallo Stato di diritto al principio di tolleranza fino alla libertà della scienza: la modernità in Europa ha emarginato le pretese teocratiche della Chiesa di Roma.-

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…La frittata del buon Grillo…
mar 30th, 2010 by phantomas

Grande colpo della lista Grillo in Piemonte dove, grazie ai suoi voti, Il buon  Cota, leghista doc, è riuscito a battere la Bresso…complimenti vivissimi! e..buon proseguimento…

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Il voto più pesante, per la sua capacità di incidere sul risultato elettorale, è stato quello Piemontese. Il candidato del Movimento «5 Stelle Beppegrillo.it», Davide Bono, ha ottenuto il 4,1%. Questo mentre Roberto Cota del Pdl si appresta a diventare il nuovo presidente della Regione Piemonte, battendo, per un pugno di schede elettorali, la rivale Mercedes Bresso. Con i voti del candidato grillino, la Bresso avrebbe vinto…..

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Ricominciare …da Vendola e dalla Puglia?….
mar 30th, 2010 by phantomas

Il centrosinistra perde perché, come dice Nichi Vendola,
non ha (più) la «connessione sentimentale» con il
(proprio?) popolo. Più prosaicamente, si tratta di entrare
in comunicazione con il Paese. I Democratici, a nostro modo
di vedere, devono cominciare da due punti.

a) – capire che cosa il Paese sente e pensa davvero, dopo
quindici anni di egemonia psicologica e culturale non del
centrodestra ma berlusconiana che evidentemente ha cambiato
(o portato alla luce), piaccia o no, il modo di pensare e
sentire (profondo) degli italiani. Per riuscirci devono
inevitabilmente farsi contaminare da chi vive fuori dalla
politica italiana, e dunque ha il punto di vista del Paese
profondo, che non è quello delle elitè e, appunto, della
nostra politica.

b) – Fondare – è proprio il caso di dirlo – una propria
idea, un proprio “racconto”, come dice Vendola, del
futuro. Ma per poterlo fare devono accadere altre due cose:
la prima è che i dirigenti del centrosinistra – ma anche
il loro popolo, che del resto segue il loro esempio – devono
completamente liberarsi dell’ossessione Berlusconi ma
anche di tutto il resto che caratterizza il presente del
teatrino politico italiano. Sgombrare la mente da questo e
rivolgersi solo al futuro rispondendo alla domanda su cosa
serva al nostro Paese anche alla luce di ciò che avranno
capito di ciò che pensa e sente – e dunque vuole – la
gente.

L’idea del futuro del centrosinistra deve dunque essere
una sintesi intelligente tra ciò che chiedono gli italiani
e la direzione che i Democratici vogliono fare prendere al
loro Paese. Tutto questo si risolve in una sola parola:
comunicare. Che non è un peccato capitale reinventato da
Berlusconi ma la capacità di comprendere ciò che pensano
e sentono le persone, e modulare il proprio messaggio in
funzione di questo; in parte cambiandone la sostanza, ma
senza stravolgerla; facendo in modo che coincida con, e
insieme cominci a cambiare, le aspettative delle persone.

Un esempio. L’immigrazione. E’ davvero (solo) un
fenomeno razzista quello che spinge a votare in massa per la
Lega? Oppure rischia di diventare razzismo, nel tempo, se il
centrosinistra non assolve al proprio compito di rispondere
alla preoccupazione – che ne è alla base – degli italiani?
Le persone non vedono di buon occhio il fenomeno
immigratorio non necessariamente perché sono razziste; ma
perché, magari, vivono una situazione di difficoltà e in
questa condizione lo “sbarco” (in tutti i sensi) di
altre donne e uomini – di cui peraltro il centrosinistra
mostra di interessarsi più che a loro – non sembra
facilitare la risoluzione dei loro problemi.

Il centrosinistra deve ricominciare a mostrare di dare
priorità agli italiani, non discriminando le persone che
vengono da fuori ma facendo sentire al nostro popolo
l’attenzione che, molto naturalmente, il nostro popolo
pretende di sentire dalla politica italiana ovvero quella
che loro – prima di tutti – dovrebbe rappresentare e
guidare. Si può stare certi che rispondendo a questa
esigenza, dando priorità concettuale – e quindi
sentimentale – agli italiani, prima che materiale – è
evidente che sarebbe inaccettabile qualsiasi discriminazione
de facto – il Paese vivrà con meno tensione il fenomeno
immigratorio e questo sgonfierà la bolla di razzismo che
rischia di gonfiarsi e, con essa, anche il consenso della
Lega.

Ma per riuscire in tutto questo, una volta preso coscienza
di tutto ciò, il centrosinistra deve appunto
(ri)cominciare a lanciare il proprio messaggio, a farsi
sentire, a comunicare, effettivamente, con il Paese. Sì:
anche e soprattutto utilizzando le televisioni (per quanto
possibile, a questo punto). La comunicazione non è
infingimento, non è propaganda. La comunicazione è ciò
che consente di arrivare alle menti e ai cuori delle
persone. Nessuno obbliga a farlo in maniera “falsa”,
deviata. Anzi: proprio per evitare che altri possano farlo
deve alzarsi forte la voce di un centrosinistra che tornando
a comunicare (impetuosamente, verrebbe da dire), sia in
grado di imporre una nuova egemonia culturale a questo Paese
riportandolo a vedere le cose nel modo in cui le ha viste,
più o meno (e magari anche meglio) fino a quindici anni
fa. O sarà sempre peggio (per loro).

(MATTEO PATRONE”) da “ilpolitico.it

…L’ultima barzelletta…
mar 27th, 2010 by phantomas

L’affondo di Masi contro Santoro
“Danneggia l’azienda, va licenziato”

di GOFFREDO DE MARCHIS (da Repubblica del 27 marzo)

 

L'affondo di Masi contro Santoro "Danneggia l'azienda, va licenziato" Michele Santoro

ROMA - “Alla luce delle ultime evenienze”, scrive Mauro Masi riferendosi alla serata di “Rai per una notte”. Il direttore generale ha mandato ieri mattina una lettera formale al presidente del Cda Paolo Garimberti e ai consiglieri per chiedere una riunione ad hoc e straordinaria sulla situazione complessiva “legata al signor Michele Santoro”. Viale Mazzini dovrebbe cioè valutare se i comportamenti del conduttore danneggiano o meno “la credibilità dell’azienda” e se il suo contratto “al di là di ogni giudizio di merito, travalica i limiti della gestione ordinaria e dei poteri del direttore generale”. In parole povere, significa che è partito l’attacco finale a Santoro. Obiettivo: la risoluzione del contratto. Ovvero, la cacciata dalla Rai.

È la posizione muscolare caldeggiata da Silvio Berlusconi e condivisa, non a caso, dal viceministro delle Comunicazioni Paolo Romani. È anche il modo per mostrare al premier che la Rai non sta con le mani in mano e si muove contro Santoro. Le intercettazioni di Trani del resto parlano chiaro. Sappiamo quanto il Cavaliere si arrabbi se non vede un’adeguata reazione ad Annozero. Da ieri sono al lavoro gli avvocati dell’ufficio legale Rai per vagliare la minima violazione degli obblighi contrattuali eventualmente consumata a Bologna dall’anchorman. Si verifica il rispetto dell’esclusiva, si spulciano ospiti e maestranze per capire se qualcuno ha partecipato allo show pagato in quella giornata dalla Rai. Se la squadra santoriana ha usato telefonini aziendali. Si dà persino la caccia all’autista che ha accompagnato Santoro al Paladozza (risulta che il giornalista abbia noleggiato la macchina a sue spese). È una strada in salita, ma forse senza sbocchi. Lo sanno al settimo piano di Viale Mazzini, come nelle stanze del governo.

Garimberti ha già risposto alla lettera di Masi sul cda straordinario, con un interlocutorio “vedremo” che sa tanto di “lascia perdere”. “E il carattere d’urgenza lo decido io”, ha fatto sapere al dg. Persino nel Pdl si affacciano dubbi sulla strategia “faccia feroce”. Il consigliere Antonio Verro, vicinissimo al premier, sembra nettamente contrario alla risoluzione del contratto. Non è diventato improvvisamente santoriano, è convinto tuttavia che non si debbano più fare autogol politici a Viale Mazzini. La via più semplice semmai è quella dei paletti: rispetto delle regole aziendali e responsabilità economica di Santoro di fronte alle multe dell’Agcom. La risoluzione del contratto per giusta causa (violazione dell’esclusiva), l’ipotesi su cui lavora Masi, ieri è stata evocata anche da Bruno Vespa. Romani però parlando con alcuni suoi collaboratori si chiede: “Santoro avrà fatto qualche errore giovedì notte? Temo di no”.

Se Masi vuole andare fino in fondo ha gli strumenti per farlo. Non serve un consiglio straordinario (la lettera di ieri serve soprattutto a far lievitare il dossier contro Annozero). Già mercoledì il direttore generale può prendere di petto l’argomento nella sua consueta relazione al cda. Sempre lui può proporre la risoluzione del contratto e chiedere ai consiglieri un voto. Con quali elementi e quali possibilità di successo? I consiglieri del Pd difendono Santoro. “Con lui i muscoli non servono – dice Nino Rizzo Nervo -. Se lo cacciano un giudice lo rimanda in onda dopo 20 giorni”. Secondo Giorgio Van Straten non si fa a braccio di ferro “con una risorsa della Rai”. Masi comunque ha imboccato la strada dello scontro e difficilmente tornerà indietro. La considera una battaglia sulle regole. Ma avrebbe bisogno di una maggioranza compatta. Invece si rincorrono le voci che parlano di una sua sostituzione con Lorenza Lei o con lo stesso Verro. Altri che dicono che a pagare per conto di Santoro potrebbe essere il direttore di Raidue Massimo Liofredi, in veste di capro espiatorio. Mentre in Parlamento il finiano Benedetto Della Vedova si prepara a presentare un ddl per la privatizzazione di Viale Mazzini. —————

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